Niente e così sia. Oriana Fallaci racconta le brutture della guerra. Di tutte le guerre.

Arrivo con cinquant’anni di ritardo. Leggo il reportage della guerra in Vietnam fatto da Oriana Fallaci avidamente. Pendo dalle sue labbra, dalla sua penna. Sono ammaliata, disgustata e sconvolta dalle brutture della guerra. Di quella guerra raccontata da Oriana dove non ci sono vinti o vincitori ma soltanto morte e distruzione.
E per cosa? Per una città? Un pezzo di terra?
La gloria? Un’ideale politico?
Per cosa esattamente?
Oriana Fallaci regala al mondo la storia dei soldati americani, i diari trovati addosso ai vietcong che non verrano mai letti dalle famiglie, dalle fidanzate e dalle mogli. Racconta di come un uomo non prova pietà nell’uccidere un altro uomo. Di come, invece, un soldato si sorprenda nel vedere lei sopportare una discesa precipitosa in aereo e una salita altrettanto rapida.
Oriana racconta con la durezza che la contraddistingue le brutture della guerra. Di una guerra scelta da altri e subita da un popolo mai veramente libero. Ma è un popolo tenace quello vietnamita, forse il primo che non si inchina davanti alla grande America.
Ma la guerra è guerra, per tutti. Per il soldato americano che non vuole morire, per il Vietcong che non rivedrà più la sua famiglia, per i civili che vengono uccisi per puro sadismo, per i bonzi che si danno fuoco per manifestare contro la guerra.
Ed è qui che tutto si riduce ad una semplice domanda: perché?
Perché il soldato americano deve andare a morire al fronte? Perché il soldato vietnamita deve andare a morire per proteggere la sua patria?
Perché è il gioco della guerra. Perché le pedine sono loro. E Oriana Fallaci si interroga sul senso della vita, su quanto sia un miracolo, una scintilla, un privilegio.
“Ma ecco cos’ho imparato in guerra, in questo paese, in questa città: ad amare il miracolo d’essere nata.”
“Niente e così sia” è molto più di un diario. È la ricerca costante della verità, del senso che gira intorno alla parola vita. È la conferma di come gli uomini sono bestie e in quanto tali bellissimi nelle loro molteplici sfumature di esseri fatti di carne, sentimenti e paure.
E Oriana si chiede se ha senso vivere se poi si soffre, se poi si muore in guerra, se nessuno ricorderà i sacrifici degli uomini.
Si da una semplice risposta: sì.
Per quanto sia duro, crudele e triste. Per quanto, a causa di altri uomini, abbia sfiorato la morte lei è convinta che la vita valga più della non vita. Che è un miracolo e in quanto tale dobbiamo riempirla di cose belle, di cose che ci fanno stare bene. E poco male se questo barattolo chiamato vita si rompe: significa che si è vissuto.
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