Sharon e mia suocera. Se questa è vita - Suad Amiry


Trama: 

Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un ‟diario di guerra”. Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, ‟spara” anche la madre del marito, una suocera proverbiale. In pagine scoppiettanti di humour e di lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono per fare tutt'uno con le idiosincrasie della suocera petulante, con la quale l'autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell'assedio. Ma, come la guerra, neanche l'avventura cominciata con Sharon e mia suocera finisce ed ecco che Suad Amiry con Se questa è vita ci regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. Con l'indiavolato humour che la contraddistingue e sfoderando un'ormai piena e affilata sapienza narrativa, ci conduce da una stazione all'altra del calvario palestinese, facendoci piangere, ridere, sdegnare, riflettere, connettere, ricordare. Portandoci, con tono lieve e tragicomico, a scoprire i piccoli e grandi contrattempi del vivere nel devastato scenario mediorientale. Al centro del suo affresco narrativo, come sempre, l'ingombrante e svagata suocera Umm Salim, che resiste alla brutalità dell'occupazione militare con abitudini da tempi di pace, orari, buone maniere. Attorno a lei un balletto indiavolato di vicini di casa, parenti, amici, funzionari israeliani, spie e collaboratori, cani, muri in costruzione, paesaggi splendidi e violati, checkpoint e soldati.

Recensione:

In questo momento in Medio Oriente la polvere si sta sollevando, l’aria è densa e acre e si sente il rumore degli elicotteri che sganciano promesse di distruzione. Io, nella mia confortante e tranquilla casa in Europa, ho appena girato l’ultima pagina del libro “Sharon e mia suocera. Se questa è vita” di Suad Amiry, attivista palestinese che ha deciso di pubblicare i diari tenuti durante l’occupazione israeliana nel corso degli anni. 


Suad Amiry è un architetto che vive a Ramallah in Cisgiordania e durante l’assedio israeliano tra il 2001 e il 2002 tiene un diario terapeutico che la aiuta durante i lunghi giorni di coprifuoco imposti dal governo palestinese per motivi di sicurezza. Dai fogli di Suad Amiry, che ha studiato e conosce l’occidente, emerge la sua disincantata consapevolezza che né la sua voce né la sua ironia possono servire alla causa palestinese. 


“E perché mai non dovrei annoiarvi, visto che non alzate neppure un dito contro l’assedio in cui siamo tenuti? Vi servirà di lezione! 


Con questo pensiero in testa, mi sono messa a scrivere.”


Si apre così l’ultimo racconto del suo diario, forse il mio emblematico, sicuramente più doloroso di tutti quelli letti. La sua ironia graffia, diverte. Paragona l’occupazione israeliana durante la seconda intifada all’arrivo di sua suocera in casa perché il suo quartiere è nella zona rossa. 

Nelle invettive contro gli israeliani critica il loro caffè perché non hanno tempo per prepararlo con calma, e quindi farlo bene. Preferiscono vessare i palestinesi e bere un caffè orrendo. 

Ironizza sul fatto che il marito, durante un fermo per violazione di coprifuoco, viene mandato in caserma perché lei stava fissando un soldato israeliano in silenzio durante la perquisizione della loro macchina carica di generi alimentari.

Lei è irriverente, intelligente, forse a tratti cinica ma terribilmente ironica. Probabilmente è proprio quest’ultima caratteristica che le ha permesso di rimanere salda in situazioni davvero pericolose ed esilaranti allo stesso tempo. La sua vita è fatta di visti, permessi, coprifuochi, checkpoint. Vive nella costante necessità di scendere a compromessi anche per le cose più futili. Tutto è una lotta contro il tempo anche quando si tratta di bisogni primari.


I suoi scritti raccontano spaccati di vita e di storia. Sono una testimonianza diretta  di ciò che ha vissuto e che continua a vivere in quella terra calda non per merito del sole. 

E se la storia è un continuo ripetersi degli eventi e quindi nulla è destinato a cambiare mi chiedo: che senso ha scrivere? Imparare? Comprendere? 

A che servono gli sforzi collettivi di chi ancora ci crede, anche quando sembra impossibile?

Ebbene, non credo che ci sia una risposta vera. Però c’è la speranza ed è tutto ciò che rimane adesso, anche mentre la terra trema di nuovo. 

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